Il Tappeto di Nule

Il Tappeto e le Tessitrici di Nule.

Nule (SS) è un centro del Goceano, noto per i suoi tappeti artigianali in lana sarda, realizzati dalle mani esperte delle artigiane del luogo.
E’ uno dei centri più rinomati di tutta l’Isola per la lavorazione artigianale dei tappeti. I quali vengono tessuti su telai verticali ancora simili a quello raffigurato su un vaso greco del VI secolo a.C..

Il tappeto tradizionale di Nule si caratterizza per la decorazione detta “a fiamma” e per i molteplici accostamenti cromatici.

Come nella maggior parte delle località del nord Sardegna, a Nule le decorazioni dei manufatti tessili venivano realizzate alternando la lana di pecora bianca con quella nera.

A partire dai primi decenni del Novecento si ha l’introduzione dei colori.

Secondo la leggenda il moro Bolìn, invaghitosi di Milena, una giovane tessitrice di Nule, le propose di sposarlo, in cambio le avrebbe trasmesso il segreto per ottenere i colori dalle erbe. Milena accettò e Bolìn mantenne la promessa insegnando alla sua giovane sposa come usare le varie erbe naturali per tingere la lana.

Da un gesto d’amore nascono le caratteristiche e variopinte fiamme: disegni geometrici romboidali, dai colori vivaci.

La fiamma, rappresenta infatti sia l’ardore del sentimento che il focolare simbolo della famiglia.

Tappeto di Nule, Giovanna Chessa

Le regole non scritte delle tessitrici di Nule

La tessitura per le donne era parte della vita e non solo una semplice fonte di guadagno. Si imparava un modo di essere, oltre ad un modo di fare. Lo si deduce dalla quantità di regole e gesti simbolici che infine avrebbero garantito la buona riuscita del lavoro.

Tra i vari riti scaramantici che accompagnavano la realizzazione di un manufatto tessile vi era il divieto, per chiunque, di attraversare i fili dell’ordito tesi nella strada, poiché questa era considerata “un’azione del diavolo”.

Le donne che passavano, mentre si preparava l’ordito, dovevano offrirsi a dare una mano, come gesto di buon auspicio e impedire il malocchio (anche involontario), che ne avrebbe compromesso l’esito.

L’inizio di ogni gomitolo di lana, nella parte interna, conteneva sempre una caramella o qualche soldo (soprattutto nella lana usata per la dote) e quando li si trovava veniva diviso tra tutti.

La fine di ogni tappeto era un momento solenne sottolineato dalla recitazione del De Profundis, con cui si offriva il lavoro appena svolto per il bene delle anime dei defunti.

Su mendhu

Alla consegna del manufatto, oltre alla paga pattuita, la tessitrice riceveva su mendhu (anche mendu). Il termine deriva dal verbo mendare, ovvero riparare, emendare, correggere.

Il preziosissimo lavoro delle tessitrici aveva un valore che andava oltre il compenso pattuito e non si basava solo sulla semplice realizzazione del manufatto. Era frutto del sapere e dell’abilità di mani e braccia che andava, secondo la tradizione locale, ricompensato ulteriormente. Per questo si poneva riparo, al prezzo di mercato, con un ulteriore dono.

Questo dono voleva essere anche di buon auspicio per la tessitrice, affinché non perdesse mai la forza delle braccia. Forza necessaria per continuare a lavorare.

Su mendhu consisteva in un dono di varia natura (i pastori offrivano i prodotti del loro lavoro), ma essendo un gesto simbolico poteva consistere anche nella semplice offerta di un bicchiere d’acqua.

 

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