Il Nepente di Oliena, Cannonau di Sardegna

Il Nepente di Oliena, Cannonau di Sardegna, il vino dei poeti.

Il Nepente di Oliena è un vino ottenuto da uve Cannonau, coltivate nel territorio di Oliena e in parte anche di Orgosolo, nella provincia di Nuoro.

Nonostante sia considerato un vino autoctono, non si conoscono con certezza le sue origini. Tuttavia, recentissimi studi (ancora in corso) dimostrano l’esistenza in Sardegna di pratiche enologiche sin dall’età nuragica. Questo, potrebbe far ipotizzare la presenza del Cannonau in terra sarda già al momento della dominazione spagnola, periodo in cui storicamente si fa risalire la sua introduzione.

Oliena, Sardegna
Oliena

Storia e origini del Nepente di Oliena

Il nome Nepente deriva dal greco “ne“=non e “penthos“=tristezza, nessuna tristezza. Questo nome ha ispirato storie e suggestioni fin dall’antichità e viene perfino citato da Omero nel VI libro dell’Odissea. La parola viene usata per indicare la bevanda che Elena di Troia custodiva per il marito Menelao, re di Sparta, per dirimere la sua tristezza. Inoltre, lo fece servire per Telemaco, giunto a corte afflitto e stanco in cerca di notizie del padre Ulisse non ancora tornato in patria (Trad. di Ippolito Pindemonte):

Il Nepente già infuso, e a’ servi imposto Versar dall’urne nelle tazze il vino.

Omero lo cita anche in altri brani come una bevanda medicamentosa, calmante, usata dai soldati per rimedio contro le ferite. Quasi un narcotico. O un anestetico.

Omero
Omero

Erodoto, nel libro II delle Storie, parla del Nepente della Valle del Nilo e molti studiosi hanno ritenuto doversi trattare di uno stupefacente, forse un oppiaceo. Poco tempo dopo Plinio il Vecchio, studiando nello “Excursus” del Libro XXIV il Nepente di cui riferiva Omero, si interrogava su quale fosse la pianta corrispondente, concludendo doversi trattare di una misteriosa pianta egizia il cui infuso donava serenità e qualcosa di più:
“Hoc nomine vocatur herba quae vino injecta hilaritatem inducit”. (Con questo nome [Nepente] è chiamata un’erba che messa nel vino induce allegria).

I botanici ed altri studiosi successivi sino all’Ottocento inoltrato non sapevano decidere se si parlasse di centaura minore, di buglossa, di atropa mandragora o del tè verde cinese. E fecero altre congetture.
Nel XVII secolo Pietro Della Valle, nel suo “Viaggi in Turchia, Persia ed India descritti da lui medesimo in 54 lettere famigliari” (1650), suppose che il Nepente altro non fosse che il caphue, il caffè, che aggiunto al vino avrebbe dato gli effetti di cui narra Omero. La teoria ricevette un autorevole avallo immediatamente (Francesco Redi) e nel secolo successivo, quando fu recepita nella Encyclopédie di Diderot e D’Alembert forse a causa di una noticina scappata ad Erodoto, il quale aveva sussurrato che l’uso del Nepente Elena l’avesse appreso in Egitto, circostanza risultata in Francia assai persuasiva.
Samuel Hahnemann, nel 1825, affermava invece con sicurezza trattarsi di oppio, e più o meno lo stesso diceva Johann Joachim Winckelmann solo 5 anni dopo, seppure con minor determinazione.
Altri si chiedevano se per caso fosse una pietra, magari pure una gemma preziosa, da porre nel vino. O se fosse proprio soltanto il vino, magari un vino speciale.
Il Nepente è però davvero anche una pianta, anzi un genere di piante carnivore: Nepenthes.
Linneo la definì entusiasticamente: “Si elle n’est pas la Népente d’Hélène, elle le sera certainement de tous les botanistes” (Se questa non è il Nepente di Elena [di Troia], sarà certamente [il nepente] di tutti i botanici). E si chiedeva infatti quale botanico non l’avrebbe avuta per “narcotico”, incontrandola in qualcuna delle sue erborizzazioni, emozionandosi all’incontro e presto dimenticando le fatiche sostenute per incontrarla.
Inoltre, Gabriele D’Annunzio nel 1909, cimentatosi nel melodramma, usciva la sua “Fedra“, una tragedia in tre atti per la musica di Ildebrando da Parma, la cui protagonista incontrando un pirata fenicio gli domanda: “Rechi il farmaco d’Egitto, il Nepente che dà l’oblio dei mali?”. Ancora dunque era diffuso all’inizio del Novecento il significato magico dell’antichità.
Di D’Annunzio è noto anche l’Elogio al Nepente.

Nel territorio di Oliena già dal 1500 d.C. si parla di una notevole attività vitivinicola da parte dei frati Francescani, che, dopo aver fondato una chiesa ed un convento, avevano impiantato una vigna di oltre 10000 ceppi con annesso stabilimento enologico di cui sono presenti imponenti ruderi.
La viticoltura era comunque già presente. Infatti in una lettera con la quale il frate Priore di Oliena, chiede l’autorizzazione ed i finanziamenti al capo dell’ordine dei Frati Minimi della Sardegna, a Cagliari, per “impiantare un grande vigneto con stabilimento di vinificazione annesso”, si dice che “A Oliena esistono più famiglie, che nelle loro case, posseggono financo dieci giorre, colme di buon vino rosso”. Le giorre erano contenitori in terracotta di circa 200 litri.

In seguito i padri Gesuiti hanno dato un notevole impulso alla viticoltura, che si è conservata e sviluppata fino ai nostri giorni, tant’è che funzionari governativi, poeti, scrittori, hanno parlato del vino di Oliena in varie riprese ed in varie circostanze, come di “un vino da annoverare tra i vini di lusso, da bere a piccoli sorsi per farci la bocca, ed ogni sorso vi accomoda tutte le faccende del corpo e dell’anima”.

Vigneto Nepente di Oliena

Caratteristiche del Cannonau Nepente di Oliena

Il marchio DOC (Denominazione di Origine Controllata) è un riconoscimento di qualità attribuito a vini prodotti in zone limitate, di solito di piccole e medie dimensioni, recanti il loro nome geografico.
Di norma il nome del vitigno segue quello della Doc. In questo caso: DOC Cannonau di Sardegna, Oliena oppure Nepente di Oliena.
La disciplina di produzione di tali vino è molto rigida. Sono ammessi al consumo solo dopo accurate analisi chimiche e sensoriali.

La coltivazione può variare tra vigneti a spalliera o ad alberello, con rese che vanno dai 40 ai 60 q/ha.

Il periodo di raccolta avviene tra la seconda metà di settembre e i primi di ottobre.

La vinificazione avviene in acciaio, con macerazione che va dai 10 ai 15 giorni. Segue evoluzione in botti di legno.

Il vino Nepente si presenta di colore granato con riflessi cardinalizi, brillante e di spessore.
Al naso è ampio ed elegante, note di confetture di prugna e lampone, ricordi di legni aromatici con note vanigliate.
Il gusto si presenta ad ingresso importante, potente ma garbato, presenta un buon equilibrio tra tannini e alcool, e una buona persistenza.

Si abbina ottimamente con gli arrosti, la selvaggina e i formaggi stagionati o come base per insaporire filetti di carne (come il noto Filetto al Nepente).

Nepente di Oliena, Gostolai

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